Il sociologo e le sirene (digitali)

21 01 2011

Se c’è un testo che molti sociologi italiani hanno letto è “Il sociologo e le sirene”, frutto di un convegno del 1993 in cui la sociologia qualitativa trovava finalmente una formalizzazione attraverso la metafora delle sirene, creature fascinose e insieme pericolose che tentano il ricercatore. Le sirene dei metodi qualitativi.
Sono appena entrato nell’aula della Bicocca che ospita una riedizione del convegno. Molte presenze giovani e una cinquantina di risposte al call for papers, segno di una forte attenzione delle nuove generazioni per la riflessione metodologica. Fermarsi un istante a riflettere su cosa si sta facendo, e come, è sempre una boccata d’aria fresca per chi tenta di descrivere la realtà sociale e i suoi cambiamenti.
Nel pomeriggio interverrò per presentare una riflessione sulle “sirene digitali” che seducono il sociologo lungo la sua navigazione. Mi riferisco soprattutto all’esperienza dei giovani sociologi, richiamando la categoria di “nativo digitale” coniata da Gasser e Palfrey. Ho l’impressione di far parte di una “leva” di sociologi che si è formata in un contesto popolato da tecnologie digitali, molte delle quali non pensate specificamente per un uso scientifico, ma in ogni caso presenti nella vita quotidiana. Una generazione di “sociologi nativi digitali” che hanno frequentato le scuole di dottorato mentre nel vocabolario entravano parole come blog, app, skype, mp3, facebook, coolhunting, google scholar eccetera. La manualistica si è limitata a inserire pagine sull’uso dei software; meno tematizzata l’incidenza delle tecnologie di uso quotidiano nelle pratiche di ricerca.
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