Precarious professors

2 10 2013

Thomas Frank, ACADEMY FIGHT SONG

The Baffler, https://www.thebaffler.com/past/academy_fight_song

The de-professionalization of the faculty is another long-running tragedy that gets a little sadder every year, as teaching college students steadily becomes an occupation for people with no tenure, no benefits, and no job security. These lumpen-profs, who have spent many years earning advanced degrees but sometimes make less than minimum wage, now account for more than three-quarters of the teaching that is done at our insanely expensive, oh-so-excellent American universities. Their numbers increase constantly as universities continue to produce far more PhDs than they do full-time, tenure-track job openings, and every time cutbacks are necessary—which is to say, all the time—it is those same full-time, tenure-track job openings that get pruned.

What can I add to this dreadful tale? That it continues to get worse, twenty years after it began? Is there anything new to be said about the humiliation that the lumpen-profs suffer at the hands of their so-called colleagues? Can I shock anyone by describing the shabby, desperate lives they lead as they chase their own university dream? Will it do any good to remind readers how the tenured English dons of thirty years ago helped to set the forces of destruction in motion simply because producing more PhDs meant a lighter workload for themselves?

No. What matters now is that the deed has been done. We have all seen how it went down and which disciplines have fared the worst—as it happens, the very disciplines that, back in the 1980s, housed the most fashionable, the most respected, the most theoretically advanced, the most aggressive, the most intimidating people on campus. Their heirs—their own students—have been transformed into minimum-wage flunkies. They were once the consummate academic players, and look at them now.

What their downfall shows us is just how easily systems of this kind can be made to crumble. There is zero solidarity in a meritocracy, even a fake one, as the anthropologist Sarah Kendzior demonstrates in a recent series of hard-hitting articles on the adjunct situation. Just about everyone in academia believes that they were the smartest kid in their class, the one with the good grades and the awesome test scores. They believe, by definition, that they are where they are because they deserve it. They’re the best. So tenured faculty find it easy to dismiss the de-professionalization of their field as the whining of second-raters who can’t make the grade. Too many of the adjuncts themselves, meanwhile, find it difficult to blame the system as they apply fruitlessly for another tenure-track position or race across town to their second or third teaching job—maybe they just don’t have what it takes after all. Then again, they will all be together, assuredly, as they sink finally into the briny deep.

Pubblicato in italiano su Internazionale, n. 1019, del 27 settembre 2013

DOCENTI PROLETARIZZATI. La deprofessionalizzazione del corpo docente è un’altra tragedia che va avanti da tempo e diventa ogni anno più triste, dato che insegnare all’università è sempre più un’occupazione a tempo determinato, senza indennità accessorie e senza sicurezza di continuità. Questi professori proletari, che hanno impiegato anni a conseguire titoli di studio avanzati ma che spesso guadagnano meno del salario minimo, costituiscono ormai i tre quarti del corpo docente delle prestigiose e follemente costose università statunitensi. Il loro numero aumenta perché gli atenei continuano a produrre molti più ricercatori di quante siano le cattedre disponibili, e ogni volta che bisogna ridurre le spese, cioè quasi sempre, sono proprio le cattedre a essere eliminate.
Cosa posso aggiungere a questa orribile storia? Che da vent’anni continua a peggiorare? Ma c’è qualcosa di nuovo da dire sulle umiliazioni che i professori proletari subiscono dai loro cosiddetti colleghi? E qualcuno rimarrebbe sconvolto se descrivessi la vita squallida e disperata che conducono mentre inseguono il loro sogno universita- rio? Servirebbe a qualcosa ricordare ai let- tori che i professori di trent’anni fa hanno contribuito a mettere in moto le forze della distruzione perché per loro creare più ricercatori signiicava lavorare di meno?
No. Quello che conta è che ormai è fatta. Abbiamo visto tutti come sono andate le cose e quali discipline hanno avuto la peggio. Si dà il caso che siano proprio quel- le che negli anni ottanta erano insegnate dalle persone più famose, più rispettate, più teoricamente avanzate, più aggressive e che incutevano maggior soggezione. I loro eredi, i loro studenti, sono stati tra- sformati in lacchè a salario minimo. Un tempo erano i protagonisti dell’università e ora guardate cosa sono diventati. La loro caduta ci dimostra con quanta facilità si possono far crollare i sistemi di questo tipo. Nella meritocrazia non c’è nessuna solidarietà, neanche di facciata, come ha dimostrato l’antropologa Sarah Kendzior in una serie di articoli sulla situazione dei professori a contratto. Nel mondo accademico quasi tutti pensano di essere stati i ragazzi più intelligenti della loro classe, quelli con i voti più alti. Sono convinti, per deinizione, di essere dove sono perché se lo meritano. Sono i migliori. Quindi è facile per i professori di ruolo dire che a lamentarsi della deprofessionalizzazione sono solo quelli meno preparati che non riescono a farcela. Anche molti professori a contratto hanno difficoltà a prendersela con il sistema quando presentano inutilmente domanda per un posto di ruolo o corrono da una parte all’altra della città per fare un secondo o un terzo lavoro. Dopotutto, forse sono loro a non essere all’altezza. E così, sprofonderanno nella melma tutti insieme.








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