Monti’s government sociologically speaking

24 01 2012

On January 2012 most part of Italian electors express their satisfaction about the ‘technical’ government leaded by Mario Monti. Of course this is partly due to the fact that Monti allowed to overpass an almost-20-year political nightmare called Berlusconi. Anyway it is very curious to notice how many leftists see as natural and mandatory a government that don’t really fight against Fitch and Moody’s ideology, but try to convince them that Italy is a safe place for investments – so, it works with tools born from the same financial ideology. And this Bourdieuian symbolic violence reaches its peak by using a theatrical approach, that is creating representations to convince an unidentified global market that Italians are reliable people. Crazy to say, a professor of economics has harmonised Bourdieu and Goffman’s sociological frameworks.





Il wikitesista

13 12 2011

Non fatevi ingannare dal nome: il wikitesista non ha nulla di collaborativo né di interattivo. Somiglia anzi al web 1.0, perché il flusso di informazioni conosce una sola direzione: dalla webpage al proprio file tesi.doc.

Il wikitesista non conosce le biblioteche. Non ama la consistenza della carta sotto le dita. La sua ricerca parte da Google. Ma Google e basta, senza attributi (Scholar, Books). E approda a Wikipedia, venerata come testo elettronico e sacro.

Il wikitesista copia interi brani dal web e li appiccica sul file tesi.doc. Così come sono. Con apostrofi innaturalmente dritti dentro un Times New Roman. Con gli spazi enormi tra le parole tipici di una formattazione web. Con parole blu linkate ad altre voci Wikipedia. Con uno stile che un paragrafo dopo cambia radicalmente, perché muta la fonte plagiata – talvolta perché è il wikitesista a scrivere di suo pugno dei raccordi.

Il wikitesista organizza la conoscenza orizzontalmente. Vogue e Adorno stanno sullo stesso piano. Si citano, o non citano, allo stesso modo. Nella stessa frase, come due compagni di banco, senza che il secondo serva a spiegare il primo – anzi, più spesso pare che il secondo abbia tratto idee dal primo.

Il wikitesista organizza la bibliografia come un’opera dadaista. Franco Angeli diventa un autore, Marco Pedroni un editore. La città di edizione sta un po’ dove le pare: sulla costa, al centro, talvolta in collina. Di fronte a un articolo scientifico, merce rara, corsivi e virgolette appaiono e scompaiono come lucine natalizie.

Il wikitesista pensa che il proprio relatore venga in università con la biga e non sappia cos’é Internet. Non si dà pena di rielaborare i testi plagiati. Li esibisce. Tanto il relatore non se ne accorgerà mai, lassù sulla biga.

Il wikitesista beccato con le dita nella marmellata oppone risposte orgogliose e impettite al relatore che è sceso dalla biga planando su un motore di ricerca. “Se vuole le mostro la lista dei libri che ho consultato”. Sarebbe sufficiente che tu ne discutessi nella tesi. “Ma perché, non si può consultare Internet?” Consultare e fotocopiare non sono sinonimi.

Il wikitesista è recidivo.

Il wikitesista è come un eroe dei fumetti. Ha un antagonista che si nasconde dove meno ce lo si aspetta. Il googlerelatore.

 





Carl Rohde in Cattolica. Il coolhunting come ricerca dei mentality trends

21 03 2011

Quella che si è conclusa è stata una settimana densa di appuntamenti per chi si occupa di coolhunting. Dopo la tavola rotonda di mercoledì (vedi il post precedente), venerdì mattina è stato ospite dell’Università Cattolica l’antropologo olandese Carl Rohde, fondatore e direttore di una delle maggiori società europee di coolhunting: Science of the Time.

Carl Rohde

Conosco Carl da qualche anno e il suo modo di lavorare sulle tendenze mi ha convinto fin da subito. Perché, come scrive sul suo sito, ‘we are more academic and empirical than others’. In altre parole, Rohde è tra quanti raccoglie materiale attraverso corrispondenti locali (circa 10.000 studenti in tutto il mondo, dal Brasile al Vietnam, che incontra personalmente nelle sue lecture), chiedendo ai suoi trendwatcher di raccontare quale è la ‘mentality behind’. Cosa sta dietro all’immagine. E’ più un cacciatore di storie che un cacciatore di tendenze. E la ricerca è guidata e orientata da categorie concettuali solide. Uno dei filoni di ricerca sui quali ha chiesto la collaborazione degli studenti, ad esempio, è stata la experience economy, categoria coniata da Pine and Gilmore.

Quello che risulta chiaro agli studenti, fin dal primo minuto della sua lecture, è che il lavoro sulle tendenze ha poco a che fare con il mondo della moda. Nel senso che la moda è uno, solo uno, dei settori nel quale ricercare esempi di coolness. La ricerca di Rohde riguarda i mentality trends, le tendenze socio-culturali più generali, e come tale rappresenta una forma evoluta di ricerca di mercato, che accoglie modalità operative dell’etnografia per trasformarle in rapporti di ricerca in cui segnali provenienti dai 5 continenti creano narrazioni della società contemporanea.

Seguendo il lavoro di Rohde  per oltre un anno, ho cercato di sviluppare la riflessione metodologica sul coolhunting (contenuta in embrione nel mio libro). Il risultato è un saggio pubblicato sull’ultimo numero di Studi di Sociologia (vol. 3-4, luglio-dicembre 2010): Ricerca scientifica e ricerca di mercato. Sinergie e concflitti tra campo accademico e campo del coolhunting. Questo il punto di partenza:

<<Nato nel campo della moda nella forma del fashion forecasting, il coolhunting si è trasformato in campo di attività autonomo ed é oggi applicato in molteplici settori di produzione dei beni di consumo. Tra le tre categorie di protagonisti del campo sono senza dubbio i ricercatori di mercato ad aver superato con più nettezza la pratica della ricerca ispirazionale e, al contempo, ad essersi interrogati maggiormente sugli aspetti metodologici della propria attività. É principalmente ad essi, dunque, che ci dobbiamo riferire per sottoporre il coolhunting ad un’analisi delle potenzialità e dei limiti metodologici, partendo da una domanda: l’eterogeneità dei professionisti coinvolti consente di individuare caratteristiche comuni e, in ultima analisi, un metodo? La risposta passa attraverso l’individuazione delle caratteristiche metodologiche del coolhunting, che può essere sinteticamente definito come un approccio di ricerca di matrice osservativa, pseudo-scientifico, assimilabile alla ricerca di mercato, non-standard, applicato e longitudinale, avente per oggetto l’individuazione di tendenze socio-culturali e le manifestazioni di coolness nelle esperienze di consumo e negli immaginari degli attori sociali, per obiettivo (commerciale) la restituzione di input creativi a un cliente o committente.>>

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I falsi miti del coolhunting (e altro)

17 03 2011

Ieri pomeriggio, in Università Cattolica, è stato presentato il mio libro sul COOLHUNTING. Uso la forma passiva perché, come avviene in questi casi, l’autore assiste alla discussione intervenendo solo alla fine. L’ho trovata un’esperienza strana e insieme necessaria, stimolante: è come se quello che hai scritto non appartenesse più solo a te, diventando oggetto di letture e interpretazioni altrui – letture cui non avevi pensato, o che non avevi sviluppato solo in parte.

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Donne e media: leggere gli stereotipi

9 03 2011

Qualche tempo fa, insieme a Michele Marzulli, mi sono occupato di immagine e uso del corpo femminile nei media e nella moda (qui l’intervento). Le recenti manifestazioni di piazza sono senza dubbio un importante risveglio di consapevolezza. Non solo per le donne, ma anche per gli uomini che amano un tipo di donna lontana dagli stereotipi mercificanti e avvilenti cui siamo abituati (qui un paio di esempi notevoli). Sono quindi lieto di segnalare un evento del prossimo 6 aprile che propone la decostruzione degli stereotipi legati al corpo delle donne. Una decostruzione che, per i sociologi, assume quasi il carattere di una missione, come sembra dire Pierre Bourdieu quando invita i ricercatori a rompere l’assedio del senso comune.





Il sociologo e le sirene (digitali)

21 01 2011

Se c’è un testo che molti sociologi italiani hanno letto è “Il sociologo e le sirene”, frutto di un convegno del 1993 in cui la sociologia qualitativa trovava finalmente una formalizzazione attraverso la metafora delle sirene, creature fascinose e insieme pericolose che tentano il ricercatore. Le sirene dei metodi qualitativi.
Sono appena entrato nell’aula della Bicocca che ospita una riedizione del convegno. Molte presenze giovani e una cinquantina di risposte al call for papers, segno di una forte attenzione delle nuove generazioni per la riflessione metodologica. Fermarsi un istante a riflettere su cosa si sta facendo, e come, è sempre una boccata d’aria fresca per chi tenta di descrivere la realtà sociale e i suoi cambiamenti.
Nel pomeriggio interverrò per presentare una riflessione sulle “sirene digitali” che seducono il sociologo lungo la sua navigazione. Mi riferisco soprattutto all’esperienza dei giovani sociologi, richiamando la categoria di “nativo digitale” coniata da Gasser e Palfrey. Ho l’impressione di far parte di una “leva” di sociologi che si è formata in un contesto popolato da tecnologie digitali, molte delle quali non pensate specificamente per un uso scientifico, ma in ogni caso presenti nella vita quotidiana. Una generazione di “sociologi nativi digitali” che hanno frequentato le scuole di dottorato mentre nel vocabolario entravano parole come blog, app, skype, mp3, facebook, coolhunting, google scholar eccetera. La manualistica si è limitata a inserire pagine sull’uso dei software; meno tematizzata l’incidenza delle tecnologie di uso quotidiano nelle pratiche di ricerca.
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Scioperi e marionette

10 12 2010

Cronache dal paese disperato. È metà mattina quando scendo nella stazione della metropolitana. Sto andando in università, dove tra un’ora ho una lezione su Schutz e Garfinkel. Cancelli chiusi. Chiedo informazioni al personale. “E secondo lei cosa può essere successo?”, l’elegante risposta. Sì, uno sciopero, d’accordo, il blocco dei mezzi pubblici in un venerdì di dicembre è un classico irrinunciabile, come il cacio sui maccheroni. Ma comunicarlo prima è un a gentilezza passata di moda? “Guardi che è un mese che si sa”. Sarà come dice lui. Io leggo due quotidiani al giorno, vedo altrettanti telegiornali, tra cui quello regionale. Forse ero distratto e la notizia mi è sfuggita. E come a me è sfuggita a tutti quelli che mi circondano, divisi dall’atteggiamento (rabbia, preoccupazione, rassegnazione, protesta, allegria isterica), ma uniti da una certezza: che nessuno ne sapeva nulla.

Alla lezione su Schutz ci sono poi arrivato. A piedi, in mezzora. Secondo Schutz il sociologo è un fabbricatore di marionette, cioè di tipizzazioni basate sui racconti degli attori sociali. E dunque proviamo a costruire le ‘marionette’ dello sciopero: sintesi di posizioni che circolavano stamattina in università e davanti ai mezzi pubblici bloccati.

1. Il ragionevole. Pensa che gli scioperanti abbiano il diritto di sciopero a prescindere dalle conseguenze dello sciopero. Si incammina a piedi e se ne fa una ragione.

2. Il minaccioso. Focalizzato sui disagi che sta vivendo a causa dello sciopero, attacca briga con qualsiasi autoferrotramviere o persona recante le fattezze di un controllore, gridando che vorrebbe avere gli indirizzi di casa degli scioperanti perché così (cito testualmente) “glielo faccio vedere io lo sciopero a quelli”.

3. Il malizioso. Ritiene che gli scioperi cadano di venerdì per allungare il weekend degli scioperanti.

4. Il mediatore. Si chiede qual è l’equilibrio tra diritto di sciopero e diritto di informazione (degli utenti). Tra diritto di sciopero e diritto degli utenti a circolare liberamente verso i propri impegni quotidiani. Vede in questa strategia solo una guerra tra poveri: tranvieri che lasciano a piedi pendolari e altri lavoratori, mentre le persone contro cui è diretto lo sciopero staranno circolando, come d’abitudine, con mezzi diversi da quelli pubblici.

Postilla. Ieri a Londra gli studenti hanno protestato con durezza. Per una causa condivisibile (il disegno di legge che triplica le tasse universitarie) davanti all’interlocutore più ovvio (la Camera dei Comuni). Il fatto che qualcuno protesti nelle nostre città e che noi non sappiamo né della protesta né delle sue ragioni è già di per sé un fallimento, che a sciopero concluso lascia solo un sapore amaro. Quello di uno sciopero contro i cittadini.








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