Fashion as culture or fashion as industry? Yes, please

26 02 2014

Fashion as culture or fashion as industry? Yes, please

Fashion as culture or fashion as industry? Yes, please





Precarious professors

2 10 2013

Thomas Frank, ACADEMY FIGHT SONG

The Baffler, https://www.thebaffler.com/past/academy_fight_song

The de-professionalization of the faculty is another long-running tragedy that gets a little sadder every year, as teaching college students steadily becomes an occupation for people with no tenure, no benefits, and no job security. These lumpen-profs, who have spent many years earning advanced degrees but sometimes make less than minimum wage, now account for more than three-quarters of the teaching that is done at our insanely expensive, oh-so-excellent American universities. Their numbers increase constantly as universities continue to produce far more PhDs than they do full-time, tenure-track job openings, and every time cutbacks are necessary—which is to say, all the time—it is those same full-time, tenure-track job openings that get pruned.

What can I add to this dreadful tale? That it continues to get worse, twenty years after it began? Is there anything new to be said about the humiliation that the lumpen-profs suffer at the hands of their so-called colleagues? Can I shock anyone by describing the shabby, desperate lives they lead as they chase their own university dream? Will it do any good to remind readers how the tenured English dons of thirty years ago helped to set the forces of destruction in motion simply because producing more PhDs meant a lighter workload for themselves?

No. What matters now is that the deed has been done. We have all seen how it went down and which disciplines have fared the worst—as it happens, the very disciplines that, back in the 1980s, housed the most fashionable, the most respected, the most theoretically advanced, the most aggressive, the most intimidating people on campus. Their heirs—their own students—have been transformed into minimum-wage flunkies. They were once the consummate academic players, and look at them now.

What their downfall shows us is just how easily systems of this kind can be made to crumble. There is zero solidarity in a meritocracy, even a fake one, as the anthropologist Sarah Kendzior demonstrates in a recent series of hard-hitting articles on the adjunct situation. Just about everyone in academia believes that they were the smartest kid in their class, the one with the good grades and the awesome test scores. They believe, by definition, that they are where they are because they deserve it. They’re the best. So tenured faculty find it easy to dismiss the de-professionalization of their field as the whining of second-raters who can’t make the grade. Too many of the adjuncts themselves, meanwhile, find it difficult to blame the system as they apply fruitlessly for another tenure-track position or race across town to their second or third teaching job—maybe they just don’t have what it takes after all. Then again, they will all be together, assuredly, as they sink finally into the briny deep.

Pubblicato in italiano su Internazionale, n. 1019, del 27 settembre 2013

DOCENTI PROLETARIZZATI. La deprofessionalizzazione del corpo docente è un’altra tragedia che va avanti da tempo e diventa ogni anno più triste, dato che insegnare all’università è sempre più un’occupazione a tempo determinato, senza indennità accessorie e senza sicurezza di continuità. Questi professori proletari, che hanno impiegato anni a conseguire titoli di studio avanzati ma che spesso guadagnano meno del salario minimo, costituiscono ormai i tre quarti del corpo docente delle prestigiose e follemente costose università statunitensi. Il loro numero aumenta perché gli atenei continuano a produrre molti più ricercatori di quante siano le cattedre disponibili, e ogni volta che bisogna ridurre le spese, cioè quasi sempre, sono proprio le cattedre a essere eliminate.
Cosa posso aggiungere a questa orribile storia? Che da vent’anni continua a peggiorare? Ma c’è qualcosa di nuovo da dire sulle umiliazioni che i professori proletari subiscono dai loro cosiddetti colleghi? E qualcuno rimarrebbe sconvolto se descrivessi la vita squallida e disperata che conducono mentre inseguono il loro sogno universita- rio? Servirebbe a qualcosa ricordare ai let- tori che i professori di trent’anni fa hanno contribuito a mettere in moto le forze della distruzione perché per loro creare più ricercatori signiicava lavorare di meno?
No. Quello che conta è che ormai è fatta. Abbiamo visto tutti come sono andate le cose e quali discipline hanno avuto la peggio. Si dà il caso che siano proprio quel- le che negli anni ottanta erano insegnate dalle persone più famose, più rispettate, più teoricamente avanzate, più aggressive e che incutevano maggior soggezione. I loro eredi, i loro studenti, sono stati tra- sformati in lacchè a salario minimo. Un tempo erano i protagonisti dell’università e ora guardate cosa sono diventati. La loro caduta ci dimostra con quanta facilità si possono far crollare i sistemi di questo tipo. Nella meritocrazia non c’è nessuna solidarietà, neanche di facciata, come ha dimostrato l’antropologa Sarah Kendzior in una serie di articoli sulla situazione dei professori a contratto. Nel mondo accademico quasi tutti pensano di essere stati i ragazzi più intelligenti della loro classe, quelli con i voti più alti. Sono convinti, per deinizione, di essere dove sono perché se lo meritano. Sono i migliori. Quindi è facile per i professori di ruolo dire che a lamentarsi della deprofessionalizzazione sono solo quelli meno preparati che non riescono a farcela. Anche molti professori a contratto hanno difficoltà a prendersela con il sistema quando presentano inutilmente domanda per un posto di ruolo o corrono da una parte all’altra della città per fare un secondo o un terzo lavoro. Dopotutto, forse sono loro a non essere all’altezza. E così, sprofonderanno nella melma tutti insieme.





Da tre a sette. Quante sono le classi sociali?

4 04 2013

Il dibattito sulla stratificazione sociale si arricchisce di una ricerca empirica che fotografa la differenziazione delle classi sociali in Gran Bretagna. Lo studio, condotto da Mike Savage della  London School of Economics e Fiona Devine della University of Manchester, individua 7 classi sociali, superando un modello di classificazione ormai anacronistico in tre strati (alto, medio e basso).

Dal sito della BBC – che pubblica anche un interattivo ‘class calculator‘ – una sintesi dei risultati che pubblicati sul Journal of Sociology:

 

  • Elite: This is the most privileged class in Great Britain who have high levels of all three capitals. Their high amount of economic capital sets them apart from everyone else.

  • Established Middle Class: Members of this class have high levels of all three capitals although not as high as the Elite. They are a gregarious and culturally engaged class.

  • Technical Middle Class: This is a new, small class with high economic capital but seem less culturally engaged. They have relatively few social contacts and so are less socially engaged.

  • New Affluent Workers: This class has medium levels of economic capital and higher levels of cultural and social capital. They are a young and active group.

  • Emergent Service Workers: This new class has low economic capital but has high levels of ’emerging’ cultural capital and high social capital. This group are young and often found in urban areas.

  • Traditional Working Class: This class scores low on all forms of the three capitals although they are not the poorest group. The average age of this class is older than the others.

  • Precariat: This is the most deprived class of all with low levels of economic, cultural and social capital. The everyday lives of members of this class are precarious.

Ai miei studenti di Sociologia generale suggerisco la lettura integrale del paper (download gratuito dal sito di Sage) con particolare attenzione a: (a) il confronto con le tradizionali metafore che descrivono la divisione della società in classi/ceti (piramide, clessidra, cipolla); (b) il confronto della realtà britannica, cui si riferiscono i dati, e la situazione italiana; (c) il paragrafo ‘What is social class?; (d) il fatto che la ricerca prende in seria considerazione la teoria bourdieusiana, misurando le tre forme classiche di capitale (economico, sociale e culturale) e mostrando come si combinano diversamente nei sette strati sociali identificati (in altre parole, come uno strato può essere ricco di una forma di capitale, ma povero rispetto agli altri).





10 buoni motivi per non innamorarsi di un sociologo

18 09 2012

Ripubblico da Jackemaggie questo imperdibile articolo di Vincenzo Romania.

  1. Un sociologo è una persona che ha letto Goffman e che è convinto che le persone si comportino come attori, per influenzare gli altri. In soldoni, è un paraculo.
  2. Un sociologo è una persona che ha letto Schutz e Mead e che è convinto che il carattere più rilevante della socialità sia la riflessività. Quindi è un rompicoglioni.
  3. Un sociologo è una persona che ha letto Cooley e che è convinto che la propria identità sia specchio delle altrui valutazioni. In poche parole, è un paranoico.
  4. Un sociologo è una persona che ha letto Durkheim e Becker che è quindi convinto che tutta la devianza sia relativa. Quindi, è un immorale e non lo puoi presentare a tua mamma.
  5. Un sociologo è una persona che ha letto i saggi di Simmel sulla civetteria e sugli ornamenti. Quindi, con lui certe robe non attaccano.
  6.  Un sociologo è una persona che ha letto Marx e non l’ha capito. Quindi è un comunista.
  7. Un sociologo è una persona che ha letto La scienza come professione di Weber e non l’ha capito. Quindi, continuerà a fare il professore e a giudicarti anche fuori dalle lezioni.
  8. Un sociologo è una persona che studia i carcerati, gli stranieri, le prostitute, e spesso finisce per apprezzarne il punto di vista sul mondo. Insomma, frequenta brutta gente e ci va anche d’accordo e poi la sera te lo viene a raccontare, e tu lo devi anche sopportare.
  9. Mi ha detto mio cugino che una volta ha visto un sociologo che si drogava e un altro che buttava pietre contro la polizia a una manifestazione degli anarco-insurrezionalisti.
  10. Ma poi, cosa fa un sociologo? Non l’ho mica capito..

Per tutte queste ragioni, se puoi stai lontano da un sociologo. Anzi, sai cosa? Scappa..

(Vincenzo Romania)





The Middle Finger and the crisis

3 11 2011

Thanks to Carl Rohde and Science of the Time for publishing my article on Cattelan’s Middle Finger displayed in Milan in front of the stock exchange building. Here the full article.

Cattelan's Middle Finger. Milan, nov. 2011. By M. Pedroni








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